Andare a fare la spesa al supermercato è una cosa che odio. Sono diverse le cose che non mi piace fare e questa ne batte molte. La faccio lo stesso. E ne faccio anche tante altre che se potessi non farei.  Ma questa in particolare non la farei proprio. Anche perché non ce ne sarebbe bisogno. La potrebbe fare benissimo mia moglie che lavora part time e nel pomeriggio tutti i giorni è a casa. Ma lei dice che preferisce andarci con me. È così il sabato mattina lo impegniamo per andare a fare la spesa al supermercato. Ci sarebbero cose più interessanti da fare, il sabato mattina. Ma noi andiamo a fare la spesa.

Oggi è sabato. Mancano dieci minuti all’una, e stiamo rientrando con sei sporte nel baule. Sporte colme. Siamo in due, a casa. Il nostro posto auto in condominio è dalla parte opposta rispetto all’ingresso della portineria. Ci mettiamo un po’ per rimettere la roba nei sacchetti — a ogni curva la sentivo rotolare; è così tutte le volte, non ci può far niente. Ne prendo tre con la destra e tre con la sinistra; cercando di tenere la schiena diritta contraggo gli addominali — una volta andavo in palestra, e mi dicevano che si faceva così a sollevare i pesi. Percorro tutto d’un fiato il tratto sino alla porta delle scale; mentre lei cerca d’infilare la chiave poggio un istante le borse a terra, ma senza mollare la presa perché ormai la pelle è solcata dai manici; e quando li togli fa male, e ti restano intorpidite, le mani. Ho ancora quattro rampe da affrontare, e mi tocca di salire di traverso per via di quella specie di montacarichi per disabili che occupa un sacco di spazio. Quando arrivo al pianerottolo mi sento il cuore pulsare nelle orecchie. Però lo faccio volentieri. Non ho scelta, intendiamoci: il mio condominio non ha mica l’ascensore. Voglio dire che è l’occasione per fare un poco di attività fisica, visto che la settimana la trascorro seduto in macchina; o seduto alla scrivania quando sono in ufficio. Quindi, sto sempre a sedere da qualche parte. Il sabato mattina… ormai l’avete capito; e il resto del week end… be’, dopo una settimana di lavoro non è che posso farmi gli affari miei; è l’unico momento che abbiamo per stare assieme, perché la mattina a colazione, la sera, e la notte, quelli non valgono. Finalmente sono in casa; mi fiondo in cucina.

«Lasciale per terra, che sono pesanti.»

«Per terra è sporco, preferisco mettere sul tavolo.»

«Non capisco perché devi fare della fatica; lasciale per terra!»

«Ormai le ho già messe sul tavolo.»

«Lascia stare adesso, vatti a cambiare.»

«Mi cambio dopo, prima metto via la spesa.»

«Ma vatti a cambiare, la mettiamo via dopo la spesa!»

«Preferisco andarci dopo, adesso metto via.»

«Va bene, fai quello che vuoi, io mi vado a cambiare. Ma se ti mettevi comodo, non era meglio?»

«Io sono comodo.»

«Io ho caldo, mi vado a spogliare. E non mettere la carne in freezer, la faccio stasera.»

«La metto in frigo.»

«No! Lasciala lì e basta, la faccio stasera.»

«Va bene, te la metto qui.»

E così inizio a svuotare i sacchetti, cercando di raggruppare la roba che deve essere riposta assieme. E quando un sacchetto è vuoto, lo arrotolo, lo annodo, e lo infilo nel cassettone sotto il lavello. Là dentro ce ne sono un sacco — sei a settimana, fate un po’ i conti. E nemmeno li usiamo per i rifiuti, perché fanno schifo e si rompono sempre; quindi compriamo anche i sacconi neri. Quelli sono a rotoli, e stanno sempre sotto il lavello; tutto intorno ci sono palline di plastica — che poi non è nemmeno plastica, ma un qualche materiale riciclabile; perché se fossero di plastica, come una volta, sarebbero resistenti.

«Ti potevi cambiare, ci ho messo un attimo.»

Ha un pareo annodato in vita, e una canotta di cotone fino. Una spallina è scesa, e lei l’ha lasciata così. È sensuale. Lo è sempre. D’estate se ne sta spesso in reggiseno. Reggiseno e pareo. E forse in reggiseno e mutandine, se non ci fossi io — non mi piace che da fuori la vedano in biancheria intima.

«Non hai messo via nulla?!» mi dice spalancando le braccia. Poi si dirige verso la finastra, e spalanca pure quella.

«Ho vuotato tutti sacchetti, così faccio prima a… »

«Tu e le tue teorie.»

«Non sono teorie, faccio prima e non sto ad aprire… »

«Hai preso l’acqua?»

«No, mi sono dimenticato.»

«Ti avevo detto di prendere una bottiglia di acqua.»

«Lo so, ma mi sono dimenticato.»

«Dov’è il salume?»

«È lì, assieme alle altre cose che vanno in frigo.»

«Ti sei ricordato il prezzemolo?»

«È sempre lì, assieme alle altre cose che vanno in frigo.»

«Passami l’olio e la salsa.»

«Ci penso io, non lasciare il frigorifero aperto.»

«E cosa devo fare, aprirlo e chiuderlo in continuazione?»

«Dicono che si deve fare così, che consuma di meno perché si riporta più velocemente in temperatura.»

«Sono delle stronzate!»

«Va bene, allora hai ragione tu.»

«Certo che ho ragione io, cosa vuoi che ne sappiano loro.»

«Oggi ti vanno delle uova? Non ho voglia di mangiare della pasta.»

«Sì, va bene. Volentieri.»

«Magari con un po’ d’insalata?»

«Va bene.»

«Come le preferisci le uova? Vuoi una frittata, o le facciamo all’occhio di bue?»

«Come vuoi, a me piacciono comunque.»

«Cosa vuol dire? Ce l’avrai un’opinione? Per te è sempre tutto uguale!»

«Non è tutto uguale, semplicemente le fai bene sia in un modo che nell’atro.»

«Vabbè, allora facciamo la frittata. Hai visto il mio cellulare? Dove l’ho messo?»

«Non lo avevi in tasca? Forse lo hai lasciato in camera.»

«Aspetta… MA MI HAI VISTA CHE… DI LÀ?»

«Non ti sento da qui, rompicoglioni.»

«HAI VISTO CHE LO AVEVO?»

«NON TI SENTO DA QUA… che palle!»

«AH, ECCO! Trovato, lo avevo lasciato in bagno. Mangiamo adesso, hai fame?»

«Sì, un po’ di fame ce l’ho. Apparecchio.»

«Se vuoi aspettare, aspettiamo, non ho una gran fame nemmeno io.»

«No, preferisco pranzare adesso, così poi ci riposiamo un attimo prima di uscire.»

«Ma sì, va bene, così magari mangiamo di meno. Tu se vuoi vai in salotto mentre preparo, così ti riposi.»

«Ma… no, tanto le uova si preparano in fretta.»

«Devo fare la frittata, mi ci vuole di più. Ma se hai fame, le faccio all’occhio di bue?»

«Allora falle all’occhio di bue.»

«Tu va’ di là a rilassarti».

«Sto bene anche qui.»

«Ma non hai voglia di rilassarti un attimo? Va’ di la e mettiti sul divano, ti chiamo io quando è pronto.»

«Va bene. Che facciamo oggi pomeriggio?»

«Non avevamo detto di andare al mare?»

«Sì. Andiamo al mare allora.»

«Però non andiamo al GRANCHIO; non ho voglia di vedere sempre la stessa gente. Poi ci sono quelli, come si chiamano… che rompono sempre le palle.»

«Va bene, andiamo da un’altra parte allora.»

«Dove?»

«Non lo so, decidiamo mentre andiamo in là.»

«Ok… è quasi pronto, mettiti a tavola.»

«Non mi sono mai mosso.»

«Oggi ho voglia che stiamo da soli; non parliamo mai noi due. Una volta si parlava di più.»

«Va bene, magari ci facciamo anche una passeggiata sul bagnasciuga.»

«Oh sì, e poi a metà pomeriggio ci prendiamo un gelato.»

(di Marco Ragazzi)


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