Ci vediamo stasera

«Ci vediamo stasera?»
«Stasera non posso.»
«Domani?»
«Vedremo.»
Questo fu l’ultimo dialogo con Giovanna. La nostra storia era finita e non me l’aspettavo. Credevo che un rapporto lungo venti anni si sarebbe trascinato ancora, e invece no, con la solita energia e in modo quasi indolore, si sfilò da me e quasi senza accorgermene rimasi solo. Non che non sapessi che la storia era alla fine, è che mi ci ero abituato; poi così… senza dirmelo. Come stavo? Come nelle grandi emozioni; c’erano sensazioni contrastanti, di dolore e sollievo. Per fortuna la responsabilità di chiudere se l’era presa Giovanna e in me c’era quasi più liberazione che dolore. Gli amori finiscono.
Certo, come uomo non mi sentivo granché, ma dei due io ero stato il meno capace di agire, il meno energico, comunque il numero due della coppia. Eravamo entrambi laureati in scienze politiche; c’eravamo conosciuti due decenni fa, alla selezione per funzionario in un comune della provincia. Lei era arrivata prima e io secondo, ma il posto era unico. C’incontrammo un paio di mesi più tardi, davanti alla bacheca dell’albo pretorio, mentre cercavo gli estremi per un altro concorso (allora si facevano i concorsi) e, riconoscendomi, salutò per prima, fiera di essere già in ruolo.
Quel giorno, invece di fare lo zerbino per carpirne la simpatia, rimasi sulle mie e diedi risposte noncuranti al suo tentativo d’intavolare una conversazione, come se non m’interessasse.
«Ma sì, va tutto bene.  Cosa vuoi sapere?»
«Dai raccontami cosa fai?»
«Cerco un posto da dirigente così divento tuo superiore, non lo vedi?»
«Ce l’hai con me perché ho vinto il concorso?»
«Puoi fare a meno di canzonarmi.»

erotico-dueA quest’ultima frase si bloccò, salutò e rientrò nell’ufficio. Rimasi irritato da quella conversazione, come se volessi continuare il litigio. L’attesi all’uscita del municipio all’ora della pausa pranzo e le chiesi se le avrebbe fatto piacere mangiare qualcosa con me. Disse di sì. Andammo in un’osteria convenzionata e ordinammo un primo piatto a base di legumi. L’atmosfera rilassata del pranzo invitò a non avviare discorsi accesi; ciò mi spinse a osservarla meglio. Era non troppo alta ma snella, con seni grandi, scoperti in buona parte dalla scollatura, capelli biondi, lisci che incorniciavano un viso sottile; l’espressione era di una donna sorridente, e anche gli occhi azzurri sorridevano, ma non rivelavano una donna dolce quanto, piuttosto, una persona risoluta e dominante. Trovavo sensuale il suo modo di muoversi, il parlare un po’ affettato e lo sguardo indagatore del miope; più che altro ero affascinato dall’intelligenza che in una donna, abbinata alla determinazione, dà origine a una personalità eccezionale. Le chiesi se potevo vederla ancora per accompagnarla a casa alla sera. Accettò.
Abitava a venti minuti di cammino dal posto di lavoro, e per alcune settimane l’aspettai all’uscita facendo la strada con lei. Non volevo mostrare di sentirmi soggiogato e parlavo di cose astratte – politica, filosofia, romanzi, film – senza rivelarmi. Alla fine mi annoiai di me stesso e della mia timidezza, perciò smisi di andare agli appuntamenti con la scusa che dovevo studiare.
Dopo tre mesi feci veramente il concorso nel comune dove lavorava Giovanna e lo vinsi: potevamo quindi essere colleghi, e di pari livello professionale. Fui affidato a un ufficio distante dal suo. Lei pensò di farmi pagare questo allontanamento, come se fosse dipeso da me. Volle dimostrare che era molto più brava di me; cominciò a provocarmi. Quando c’incontravamo, mi rivolgeva frasi che alludevano alla seduzione.
Pur non volendo entrai in competizione con lei, il gioco mi divertiva, mi appassionava. Voleva stare sempre un passo avanti a me nella carriera, faceva di tutto per ottenere l’apprezzamento dei dirigenti. Dovetti ben presto riconoscere che aveva delle doti eccezionali, divenendo quasi indispensabile all’interno di un’organizzazione che normalmente seguiva ritmi blandi. Accettai la gara e spesso restavamo entrambi in ufficio anche dopo l’orario. Al momento di uscire l’avvertivo per accompagnarla alla porta e lei mi provocava con sollecitazioni sessuali, alle quali non rispondevo in modo deciso, finché un giorno la presi sul serio e improvvisamente la baciai sul collo. Giovanna rimase di stucco, ma rispose al bacio; in un attimo si gettò su una sedia come se piangesse, ma non piangeva, era solamente turbata, non se l’aspettava, e ciò l’aveva resa vulnerabile, uno stato d’animo inaccettabile. Anch’io ero agitato e sorpreso del mio stesso coraggio. I baci furono più d’uno in quella serata.

ci-vediamo-statseraQuando ci vedemmo, la mattina seguente, non provai alcun imbarazzo e anche lei non mostrò nessun turbamento. Lavorammo tutto il giorno aspettando la sera, e appena tutti furono usciti tornammo ad abbracciarci; ricominciarono, sulle labbra sottili e sui seni, grossi, i baci che la scombinavano e la mettevano in uno stato di piacere che sembrava incontenibile. La mano, poi, saliva sotto la gonna e andava a spostare la biancheria per entrare a trastullarsi sulla pelle nuda. Sentivo il liquido bagnato che usciva e un odore dolce che si spargeva intorno. La testa all’indietro e la schiena inarcata erano segno del piacere che giungeva, finché improvvisamente tratteneva il fiato e s’immobilizzava per accogliere l’orgasmo che imprigionava la mano tra le sue gambe. Ancora oggi non so perché restavamo in ufficio a fare l’amore invece che prendere una stanza d’albergo; ci sembrava forse meno impegnativo, volevamo limitare il rapporto all’ambito carnale senza entrare in quello sentimentale.
D’inverno faceva buio presto e poche persone restavano a fare straordinario, così cominciavamo a fare l’amore non troppo tardi. Appena uscivano tutti andavo da lei, le sollevavo la gonna da dietro e lei s’inarcava con un sospiro e si faceva penetrare; altre volte la prendevo improvvisamente in piedi, contro lo stipite di una porta. Lei alzava la gamba e mi faceva entrare, poi si muoveva cercando il piacere prepotente e rapido dato dalla posizione precaria. Una volta, mentre la stavo prendendo in piedi, al buio, sentii un passo leggero nel corridoio. Ci coprimmo a malapena e vedemmo il direttore generale arrivare – era rimasto anche lui a lavorare e mi cercava per scambiare qualche idea. Non ho mai saputo se ci avesse visto; certamente, dall’odore che c’era, qualcosa avrei intuito se fossi stato in lui. D’estate, invece, avevamo preso l’abitudine di andare lungo uno stradone sul fiume vicino a Vercelli, durante la pausa pranzo. Usavamo la sua macchina e lei si fermava in un posto che desse una buona visuale su chi stava arrivando. Io cominciavo a baciarla e a mettere la mano dentro il suo grembo, mentre la sua entrava nei miei pantaloni e prendeva e stringeva il pene. Volevo farla venire per prima e lei mi lasciava fare. Quando si irrigidiva e sospirava, sapevo che era venuta; poi toccava a me: lei muoveva la mano su e giù e dopo un po’ venivo nelle sue dita bagnandomi i pantaloni. Le piaceva mettermi in difficoltà e obbligarmi a pulirmi in modo sommario – credo fosse un simbolo del suo potere su di me. Alcune volte riuscivo a prevalere. La obbligavo a prendere il seme in bocca e inghiottirlo: a lei non piaceva troppo, ma pur di non perdere la battaglia accettava.

erotico-unoAvevano cambiato i mobili dell’ufficio di Giovanna e ora aveva una grande scrivania a forma di elle, alta fino ai fianchi. Alla sera quando andavo da lei, dopo che erano usciti i colleghi la prendevo mettendola sull’angolo della elle, dal davanti dopo avere spostato la biancheria. Il fatto di prenderla sul tavolo dove il giorno dopo ci sarebbero state le pratiche era molto eccitante, credo, anche per lei. Appena mettevo la mano sul sesso, si bagnava e io mi chinavo a bere il liquido, che era dolcissimo; mi dava una sensazione inebriante umettare tutto il viso in quella spugna fradicia. Le infilavo le dita dentro e le toglievo umide facendogliele lambire; la stendevo sul tavolo a leccarla, mentre lei era pressoché immobilizzata e si lasciava fare tutto. Poi la baciavo e la penetravo aspettando come sempre il suo irrigidimento… e il sospiro che mi diceva che era arrivato l’orgasmo.
Una mattina vedo Giovanna arrivare in ufficio. Noto un’espressione nuova: occhi luminosi, un passo leggero, un modo di fare sbarazzino; insomma una giovane innamorata. Mi chiama e vuole raccontarmi una storia.
«È mai possibile che non riesca a smuovermi da qual piccolo recinto in cui sono vissuta sempre?» dice, con fare serio e malizioso a un tempo. «Ieri ho ricevuto una telefonata dalla Svezia, sai da chi? Giacomo. È stato il mio unico amore. Ero appena diplomata e lui lavorava nella mia azienda. Un giorno si avvicina e mi chiede un consiglio su come conquistare una donna di cui è innamorato. Io gli rispondo che deve valutare i sentimenti di entrambi prima di esporsi, e dopo un po’ mi rivela che quella donna sono io. Cado dalle nuvole, spaventata, ma mi lascio andare a quel rapporto. Dopo alcuni mesi mi confida che vuole andare a trovare la sua strada in Svezia; mi chiede di accompagnarlo, di essere la sua compagna d’avventura. Non ne ho avuto il coraggio, e ancora oggi non voglio pensare a come sarei vissuta se fossi andata con lui. Ho cambiato casa e ho mantenuto lo stesso numero di telefono sperando che se Giacomo avesse avuto bisogno mi avrebbe trovato ancora. Mi ha chiamato a quel numero infatti, e si è mosso qualcosa dentro, di nuovo. Tu sei stato importante per me, hai avuto la parte migliore di me, ma c’è anche lui.»
invernoNon credevo mi sarebbe mai capitato. Caddi nel baratro. Una gelosia profonda inattesa mi invase; prese l’emozione del terrore, dell’abbandono. “Adesso lui me la porta via in Svezia e io come faccio a vivere?” pensavo. Mi ricordo… quando nacque mio fratello, io cambiai il carattere, da vivace diventai pauroso. In quel periodo lui la chiamò ogni giorno e lei rinverdiva questo amore come una fanciulla. Tutti la vedevano, si accorgevano del suo cambiamento e le dicevano che sembrava innamorata. Era la verità. Giovanna mi raccontava il contenuto delle telefonate dicendomi che non poteva dirlo ad altri che a me, che di me si fidava e io ascoltavo lacerato dalla gelosia ed eccitato al tempo stesso. Andavo da lei e dicevo: «Raccontami». Poi facevo all’amore in modo quasi violento. Progressivamente mi ritirai. Fare l’amore non mi portava più piacere. Restavo anorgasmico. Probabilmente era il mio modo di punirla, ma così feci male anche a me. Qualcuno doveva prendere una decisione; non potevo essere io, quello, così bloccato dalla paura. All’ennesimo cambio di ufficio non ci fu più possibile restare soli alla sera e neppure Giovanna volle uscire più con me. Non mi disse mai il motivo né mi lasciò apertamente, ma non venne più. Non so se parli ancora con lo svedese, cosa pensi di me. Oggi entrambi ci sentiamo liberi da quell’irretimento. È stato così che siamo diventati grandi.


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