Interpretazione, sintassi e anomalie

«Il linguaggio che usiamo plasma le nostre scelte e modella la nostra percezione delle cose. […] Il linguaggio concorre alla costruzione delle categorie con cui interpretiamo i fatti e le informazioni, diamo corpo ai nostri desideri e alle attese e alla nostra identità. Usiamo il linguaggio per pensare e per agire. Al tempo stesso, il senso delle parole precisa e va oltre la nostra intenzione, proprio perché eredita la cultura e, nel contempo, la ricrea di continuo»[1].

Possediamo una grammatica, attraverso la quale gettiamo una luce sul mondo. Per spiegare l’acquisizione di una struttura sintattica, Noam Chomsky[2] (qui accanto, in una foto del 2005) postula la presenza, nel cervello, di un dispositivo trasformazionale innato – Learning Acquisition Device (L.A.D.) – che permetta già al bambino di ricavare la struttura sintattica e le regole della sua lingua nativa senza particolari processi di apprendimento. Il    L.A.D. svolge diverse funzioni, tra le quali quella di suggerire a quali strutture profonde vanno correlate le strutture grammaticali. L’irrilevanza del contesto crea, però, non pochi problemi.

Torniamo all’espressione “oggi piove”. Il messaggio che s’intende trasmettere sembra essere «chiaro e distinto». Eppure, riflettiamo… è davvero così chiaro e distinto? Se qualcuno, colto da un fremito di ordinaria follia, si mettesse a gridare “oggi piove”, che faremmo noi? Torneremmo solerti a casa per ripararci da un’imminente acquazzone? Oppure, cercheremmo di capire cosa egli intenda dire con quel suo appello scomposto. Oggi, sì, ma quando? Ancora una volta, si tratterà di retroagire al piano contestuale per cogliere la forma dell’autentico messaggio, che significa non limitarsi alla considerazione unitaria delle forme espressive. La comunicazione inoltre presenta vera e proprie “patologie”, che, in certi casi, la rendono impraticabile. Si pensi a due passeggeri, seduti uno accanto all’altro, in un aereo. Un passeggero fa capire all’altro che non vuole conversare, anche se ciò viola il codice delle buone maniere. Poi, inaspettatamente si cimenta nel dialogo. I due cominciano a comunicare; ma il passeggero che non voleva comunicare si abbandona a una sorta di comunicazione inconcludente, cambiando argomento, contraddicendosi e fraintendendo l’altro nel tentativo di invalidare la comunicazione tra loro (la cosiddetta ’arte gentile di non dire nulla dicendo qualcosa’). Può anche darsi che un passeggero manifesti un sintomo dietro il quale nasconda la propria volontà di non impegnarsi in una comunicazione (finge di dormire, ad esempio, in modo da far sembrare che è il sonno a impedire la comunicazione e non già la sua volontà comunicativa).

Nel modello classico della comunicazione, l’informazione è considerata un dato immutabile, che pur muovendo da un soggetto pensante all’altro non subisce alcuna trasformazione lungo il percorso. E l’interpretazione si riduce al recupero di un’oggettività preesistente. Non si spiega, peraltro, come lingue diverse possano coesistere (per esempio, l’inglese e l’arabo), e coesistere pur nella differenza inconciliabile (non è all’inizio della frase che in inglese cade il verbo, e non ci sono i casi, nominativo, accusativo e genitivo); le riconduce a unicum, come fa la temibile «Grammatica Universale» di Chomsky. Perché mai, tuttavia, le informazioni non possono essere trattate, in un contesto interattivo, alla stregua di forme reali del cosmo, capaci di spostarsi da un luogo all’altro dello spazio, entrando in contatto e in collisione con altre forme reali del cosmo – di trasformarsi quindi, per effetto della loro stessa essenza[3] plurale e diveniente? Qui, “trasformarsi” sta per “intrecciarsi ad altre forme compatibili”, coesistere nella forma specifica della coesione; quindi interagire con esse.

L’espressione “oggi piove” è suscettibile di transitare da un soggetto pensante a un altro: e per alcuni può indicare un acquazzone imminente, per altri una follia. Lo è – attenzione! – anche l’espressione apparentemente inesistente: “Oggi io piovo”. Proprio perché plurali, le informazioni lanciate dal mittente finiscono per diramarsi in tutte le direzione, trasformandosi lungo il percorso, finché non siano raccolte da soggettività pensanti. Tuttavia, perché non ipotizzare che quella stessa informazione sia già in se stessa plurale nella fase di emissione, che sia per sua stessa essenza, plurale e diveniente?

Un importante sostenitore del «modello interattivo» della comunicazione è Wilbur Schramm[4], il quale afferma che il soggetto ricevente è parte attiva del processo di codifica e decodifica del messaggio. Non c’è un inizio e una fine. Quando un soggetto recepisce un messaggio, lo elabora mentalmente, secondo un certo grado di interpretazioni, abitudini, abilità e capacità. La comunicazione è efficace nella misura in cui sia presente un certo campo si esperienza similare. Dello stesso avviso è Theodore Mead Newcomb[5], secondo il quale orientamenti “dissonanti” piuttosto che ridurre la frequenza di atti comunicativi, l’aumentano drasticamente, fintantoché gli interlocutori non si rendono conto di aver raggiunto un certo livello di somiglianza[6].

Riflettere sulla natura “reale” dell’informazione significa porre attenzione a un flusso di movimento pluridimensionale e pluridirezionale. Si può immaginare di scrivere una frase su un foglietto che poi è dato a qualcuno, oppure si può pensare alla trasmissione di dati online, o anche a un semplice colloquio verbale (e non verbale). In un contesto plurale e plurilinguistico, l’informazione è appunto sempre in-formazione, dal momento che transita da un punto all’altro, e in forza del suo tras-formarsi e del correlativo feedback induce una modificazione e un ampliamento dei pensieri, del pensiero e del contesto stesso. Il pensiero pensa qualcosa di realmente nuovo[7].

Paul Watzalawick

Con la Scuola della Comunicazione di Palo Alto la focalizzazione si sposta su un approccio pragmatico relazionale contrapposto a una teoria matematica lineare della relazione. La Pragmatica studia le influenze della comunicazione sul comportamento. Già John Langshaw Austin aveva sostento che dire qualcosa equivale a fare qualcosa[8]. Segue la puntuale analisi di John Searle, che distingue atti linguistici rappresentativi (quelli che gli attori sociali realizzano per ribadire e sostenere quanto espresso nella proposizione principale); atti linguistici direttivi (che tendono a indurre una determinata azione nell’altro); atti linguistici commissivi (che impegnano l’altro attore sociale in azioni future); atti linguistici espressivi (volti a dare maggiore configurazione a quanto detto); atti linguistici dichiarativi (cioè sanzionatori)[9]. Ora, Paul Watzalawick e i suoi colleghi cominciano a porre l’attenzione sul piano “cognitivo” della comunicazione, e sostengono che ogni uomo, attraverso il confronto con gli altri, si costruisce una rappresentazione del Sé. Tra realtà e immagine della realtà si stabilisce un nesso inscindibile. Pensare qualcosa della realtà spinge ad agire conseguentemente all’immagine che ci si è fatti. Ciò equivale a un certo modus operandi. La realtà tuttavia è in grado di stravolgere ogni piano e ogni immagine. Quando ciò si verifica, è la comunicazione intersoggettiva ad avere la peggio, con una compromissione dei rapporto sociali; tra le altre implicazioni negative c’è la riduzione della fiducia in se stessi (o anche una sua sopravvalutazione). Viene inoltre posta attenzione anche agli aspetti non meramente verbali della comunicazione (come la postura). La comprensione dei messaggi comunicativi si realizza promuovendo una sintesi unitaria dei contenuti verbali, prosodici, paralinguistici della voce, micro e macrocinetici del corpo. Basta una semplice variazione di tono e tutto il significato ne risente. Senza tener conto di elementi metacomunicativi non è possibile rendere la comunicazione efficace. Occorrerà tener conto dei feedback (intesi come risposte di conferma, negazione, squalifica e disconferma). Se si riesce a cogliere l’informazione di ritorno, si è in grado di padroneggiare il processo intercomunicativo e di farne motore di crescita interpersonale. È chiaro che solo avendo lavorato preliminarmente sul proprio Sé, in un contesto di buona e giusta autostima, è possibile non lasciarsi sfuggire di mano il meccanismo comunicativo. La percezione e la consapevolezza del Sé costituiscono le mete di un lungo percorso di crescita, che si sviluppa quotidianamente, finché si ponga in essere relazionale ciò che si è, cioè degli esseri comunicativi per natura.

Da citare, infine, Rolv Mikkel Blakar (psicologo e docente all’università di Oslo) e il potere della comunicazione. Seguendo l’analisi di Blakar, è il cambiamento l’essenza della comunicazione. Dopo che è avvenuto uno scambio comunicativo non è più come prima. Non è possibile prescindere dalle caratteristiche e dall’intenzionalità comunicativa dell’interprete; ed è importante considerare i processi di influenza che si verificano nella quotidiana comunicazione, spesso indipendente dalle stesse intenzioni dei parlanti. Ogni volta che si vuole esprimere “qualcosa”, si deve scegliere tra vari modi alternativi in cui questo “qualcosa” può essere espresso; ma è chiaro – senza ulteriormente tergiversare – che trovare “le parole giuste” più che alla scelta razionale è attribuibile all’intuizione. Il linguaggio stesso è uno strumento complesso e composito, non sempre a disposizione per come si vorrebbe (si pensi allo stesso vocabolario di una lingua, da cui si può trarre un infinito numero di parole e frasi combinando le parole; eppure, di fatto, le parole che usiamo – secondo un’indagine di Tullio De Mauro – sono poco più che cinquemila). La scelta di parole efficaci (e persuasive) può determinare un’influenza sostanziale sul ricevente. Ma quali sono le vie per imparare ciò che Aristotele chiamò «retorica», ossia l’arte del buon parlare? Anche il ricevente, nell’atto di decodifica, può recepire il messaggio in modi differenti, sia da quelli che l’emittente si aspetterebbe, sia da quelli di un altro ricevente. In questo “gioco linguistico”, si consuma tutta la problematicità della comunicazione umana. In generale, argomenta Blakar, il linguaggio riflette una struttura di potere sociopolitico, attraverso: la scelta di parole ed espressioni; la creazione di nuove parole ed espressioni; la scelta della forma grammaticale; la scelta della sequenza; la scelta di premesse tacite o implicite; le caratteristiche sopra-segmentali (enfasi). Gli indici verbali e non verbali costituiscono strumenti di potere nella misura in cu l’emittente ha una posizione di potere. Egli è in grado di decidere quali strumenti linguistici sono più vantaggiosi, determinando l’uso e il significato di parole ed espressioni e mantenendo le definizioni correnti in base ai propri interessi e le proprie esigenze comunicative. Un altro importante aspetto da sottolineare riguarda i condizionamenti che il linguaggio è capace di istituire, benché sia esso stesso sottoposto a dei limiti (a metodi di controllo, secondo Foucault). Le procedure di esclusione, come nel caso dell’interdetto o dei divieti che si intrecciano formando un reticolato complesso in cui i parlanti si devono muovere con attenzione; altro principio di esclusione è la partizione e il rigetto, che si riferisce all’opposizione riconosciuta tra ragione e follia o tra vero e falso. Altre procedure sono interne al discorso, che funzionano da principi di classificazione e di ordinamento, limitando e impoverendo il discorso stesso. È il caso del commento e dell’uso della reiterazione, cioè di quella serie di ripetizioni e di sunti tendenti a riprodurre quanto già detto.

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[1] M. Franchi e A. Schianchi, L’intelligenza delle formiche. Scelte interconnesse, Diabasis, Parma 2014, p. 95. «La grammatica che abbiamo interiorizzato in tenera età condiziona il nostro modo di vedere il mondo. Il linguaggio, infatti, si fonda su schemi narrativi, su copioni che sono parte delle strutture cognitive con cui pensiamo» (ivi, p. 96). «Ciò che rende il linguaggio potente è la sua capacità di attivare, comunicare, regolare e anche cambiare tutti gli aspetti della nostra conoscenza» (G. Lakoff, Pensiero politico e scienza della mente, tr. it. G. Barile, Bruno Mondadori, Milano 2009, p. 274). «Confrontiamo le nostre opinioni con quelle degli altri per verificare se le nostre idee sono corrette, tuttavia cerchiamo prevalentemente conferme piuttosto che smentite e, quindi, scegliamo di confrontarci con persone simili e tendiamo a preferire le persone che hanno le nostre stesse opinioni. Mettiamo in atto diverse strategie per dare spiegazioni ai nostri comportamenti piuttosto che per cambiarli. Le credenze resistono ad argomenti logici e scientifici che ne mostrano l’infondatezza. Le idee o gli obiettivi non sono modificati da argomentazioni razionali che li rendono condivisibili sul piano sociale, ma da suggestioni e sentimenti che li fanno apparire desiderabili. Senza una stabilità di riferimenti le nostre scelte produrrebbero un’ansia insostenibile e non potrebbero essere comprese e condivise con gli altri. La tendenza alla stabilità è così forte che le argomentazioni difficilmente possono scalfire le immagini interiorizzate» (L’intelligenza delle formiche. Scelte interconnesse, cit., p. 96). Più delle informazioni, sono importanti le rappresentazioni, così forti da incidere anche sul corpo. «Gli studi sull’effetto placebo indicano che le attese possano avere un effetto così concreto da incidere sulla nostra percezione del benessere e del dolore» (ivi, p. 97). E anche una credenza può essere così forte da «modificare condizioni fisiche» (ibidem).

[2] Secondo Chomsky, molti aspetti del linguaggio hanno carattere universale (sono comuni a tutte le lingue).

[3] Il termine “essenza” si riferisce qui – come di seguito – a un modo d’essere della forma reale nella sua pienezza, mentre “sostanza” è modo d’essere specifico, che riguarda un piano contenutistico, materialistico e fisico. L’essenza è il “che cosa è” quel qualcosa di cui si sia preliminarmente (di)mostrata l’esistenza – problema antecedente e principale rispetto a quello dell’essenza. L’esistenza, priva di essenza o di sostanza, è un’entità ancora vuota e incolore, un centro d’imputazione possibile di attributi e predicati; un “contenitore” aperto a tutto, che perde specifica “identità” allorché si essenzializza e si formalizza.

[4] Citiamo da M. De Augustinis, E. De Augustinis, Comunicare oggi, Psiconline, Francavilla al Mare 2012, pp. 100-103. Da osservare che l’autore pare essere del tutto ignorato in Italia, non essendosi neppure su Wikipedia!

[5] Altro autore praticamente sconosciuto in Italia.

[6] Ivi, p. 103.

[7] Andrebbe nondimeno evidenziato che “nuovo” non significa ex nihilo, non essendo ipotizzabile un nulla da cui emergerebbe qualcosa. Invero, non dal nulla ma da qualcosa – da una preesistente forma reale – vien fuori la “nuova” acquisizione. L’intreccio di compatibilità genera comunque una cosa mai apparsa prima. Quando compare qualcosa di nuovo nel cosmo delle forme reali, e si dispone a essere percepito/appercepito dal soggetto pensante, altre forme sono scomparse o hanno perduto “parti/e” della loro identità specifica. Il cosmo è il luogo delle composizioni e scomposizioni, per dirla con Empedocle; ma anche delle trasformazioni e delle trasmutazioni di forme reali. Per inciso, “reale” indica tutto ciò che non è irreale; quindi tutto ciò che non è esclusivamente dicibile, qualcosa che è rappresentabile sia in forma di ente mentale (ideale-immaginativo) che oggettivamente.

[8] Austin distingue tre tipologie di «atti linguistici»: atto locutorio: l’atto di costruire un enunciato attraverso il lessico e le regole grammaticali di una determinata lingua per veicolare un dato significato (non è, si badi, un mero atto fonetico, ma possiede una componente anche fàtica e retica; una scimmia che emettendo un verso arriva a pronunciare “bella” ha compiuto un atto solamente fonetico, ben diverso da chi intenzionalmente lo affermi). Atto illocutorio: l’intenzione perseguita “nel dire”, cioè pronunciando consapevolmente l’enunciato. Entra qui in gioco la nozione di forza illocutoria, che si riferisce al modo in cui l’enunciato è interpretabile, e ha un carattere convenzionale. Un atto illocutorio può essere diretto, se formulabile attraverso un verbo performativo – come ad esempio “Battezzo questa nave Queen Elizabeth” – oppure indiretto – se realizzato attraverso la “forma” di un atto locutorio che mira in realtà a realizzarne un altro. Si pensi al caso di chi dice “Freschìno qui dentro!”. Si tratta di un’evidente constatazione, ma ha lo scopo di far chiudere la finestra. Atto perlocutorio: il fine che si raggiunge con il dire, ossia l’effetto dell’atto illocutorio. Si parla di obiettivo perlocutorio quando l’effetto ottenuto dall’atto perlocutorio coincide con l’intenzione dell’emittente, e di seguito perlocutorio quando l’atto illocutorio ottiene un effetto diverso da quello desiderato (mentre, la sequela perlocutoria è una sequenza di seguiti perlocutori). Un esempio può essere quello del genitore apprensivo che intima al figlio adulto, in procinto di mettersi in viaggio in automobile, “Mi raccomando: non correre!”. L’atto illocutorio del genitore è una semplice raccomandazione – che potrebbe rientrare fra gli atti esercitivi. È un invito alla prudenza, anche se spesso l’apprensione dei genitori consegue il solo scopo di irritare il figlio al punto, paradossale, da indurlo a premere sull’acceleratore!

[9] Tali atti linguistici possono realizzarsi in virtù di condizioni preparatorie (che possono assicurare una logica e indurre un successo comunicativo); condizioni di comprensibilità (ovvero di consensualità su certi significati); condizioni di sincerità (che coinvolgono la buona fede dei parlanti); condizioni semantiche (dei contenuti); condizioni essenziali (riguardanti i limiti dell’atto linguistico stesso).


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