È freddo, quasi si ghiaccia, sferza dal mare una tramontana che toglie il respiro, ma non importa, continuo a gettare sassi nell’acqua. Nascono cerchi concentrici uno dall’altro, immagino sia questo il piacere del pittore nel segnare pennellate sulla tela. Il porto è un riparo sicuro anche per il mare. A stento vi si creano onde e i miei cerchi risultano quasi perfetti. Cerchi, epoche della mia vita che si susseguono. Accanto a me una scatola di metallo; dentro c’è mio padre, morto da pochi giorni. Era sua volontà quella di disperdere le ceneri nel mare, perché è il mare che lo ha visto nascere, nel mare è libero e lontano da ciò che non avrebbe voluto essere, dalla vita che non avrebbe voluto vivere. La diga è un ponte che si pianta dentro il mare, come uno spino nelle carni, ma è lì, ormai da tanto tempo, che al mare non fa più dolore, si è abituato, come ci si abitua a una protesi, come ci si abitua ai dolori che si conficcano nel cuore e non si riescono più a togliere, spini fatti di apparente non materia, che produce più dolore del piombo.

Vengo in questo paesino della Romagna sin da quando ero piccina. Ho amato e odiato questo luogo a seconda dei periodi della mia vita; ora lo amo, sarà che dalla vita non chiedo più tanto, solo un po’ di quiete. Il vento porta il profumo della pineta in mezzo al mare, e qui un matrimonio epocale si celebra tra l’odore della resina e quello del salso. Dalla parte del mare aperto applaudono le onde, infrangendosi contro gli scogli; sull’acqua è ricamato un velo bianco, leggerissimo da pura sposa che appare e scompare.

La mia vita, cosa ne faccio della mia vita?

Ricordo il profumo della legna bruciata che pigramente scendeva lenta dai camini e greve invadeva le viuzze, con calma, senza correre, con un incedere da Dottor Balanzone, profumo di carne ai ferri, verdure, i cibi grassi e morbidi della mia terra, che ricordano le campagne che non ho mai visto, mai vissuto, di cui ho comunque vivi i racconti. Sono qui sola, non perché io lo sia, ma per scelta. A casa ho lasciato mia figlia e mio marito, diciamo marito, mi voleva lasciare, ma sono riuscita a convincerlo a non abbandonarci. Sono tornata a casa una sera, mi aspettava, era distrutto. L’inizio della fine, la confessione, liberatoria per lui, devastante per me. Il nostro matrimonio era finito, io lo avevo troppo trascurato e lui per volontà del Signore s’era imbattuto in una donna perfetta, una che lo capiva. Mi scapicollai giù per le scale, cominciai a camminare per le strade della mia città; mai come allora mi erano apparse così accoglienti.

Era sera, le luci gialle scaldavano l’aria, le strade erano vuote, a quell’ora quasi tutti stavano cenando; echeggiavano qua e là solo i passi veloci degli ultimi ritardatari.

Il ristorante all’angolo era in piena attività, arrosti, sughi; nonostante stessi malissimo, gli odori mi concedevano attimi di tregua. Mi sentii confortata, ma il mio cuore era greve. Cercavo un luogo dove sedermi e trovare ristoro. Come poteva essere accaduto proprio a me? Mi pareva di essere stata tanto accorta, disponibile. Ci sono momenti nella vita in cui l’unico rifugio è dentro di noi; mi strinsi ancor più forte a me stessa e pensai che mia figlia non avrebbe meritato un simile dolore. Dovevo trovare la forza di combattere e di riprendermi ciò che mi era appartenuto: mio marito.

Camminando, arrivai al parchetto; mi sedetti sotto un vecchio ulivo. Era lì da sempre, in profonda contraddizione con tutto il contesto; gli ulivi non sono alberi delle città del Nord. Lui si era abituato a vivere lì, nonostante il freddo e l’umidità. Non sempre si può avere ciò che si desidera. Quello che veramente si vorrebbe. Lui era lì, contorto e avviluppato su se stesso, emblema assoluto del mio dolore. Mai come allora mi ero sentita in sintonia con la natura. In primavera, dalle mie parti, la sera s’inebria, con l’umidità che decuplica gli odori; allora, su quella panchina, avvolta dal tepore, con l’olfatto sollecitato, trovai il tanto agognato riparo. Mai avrei permesso a qualcuno di far soffrire mia figlia, la piccola Ely, il grande amore della mia vita. Quando per la prima volta la vidi, mi si strinse il cuore; nei suoi occhi spauriti, che si affacciavano ai colori del mondo, dopo tanta fatica e paura, io compresi la ragione della mia vita. Null’altro mi avrebbe fatta sentire così. La maternità non era uno stato dell’essere umano, una cosa che tutti fanno, per me in quel momento tracciò una missione: donare al mondo una creatura meravigliosa, cresciuta nell’amore e nel rispetto, nella forza e nella dolcezza. Questo volevo e nessuno avrebbe potuto ostacolare il mio progetto.

Ely era meravigliosa ai miei occhi e m’incantavo a guardarla; in estasi accarezzavo ogni minuscolo tratto del suo corpicino, ritrovavo me stessa bambina e mi domandavo perché nessuno aveva mai guardato me in quel modo. Mi si stringeva il cuore. Mi confortavo pensando che non era importante, forse proprio per questa mia mancanza, potevo amarla in quel modo intenso, donando ciò che non avevo mai ricevuto.

Mio marito condivideva e comprendeva – almeno così pensavo – questo mio amore; fin dall’inizio, avevamo deciso di aver subito un figlio; questo sentire comune ci univa, ci faceva vivere l’uno dell’altra, e io mi perdevo nei suoi abbracci, che mi parevano edificarsi intorno a me come una torre inespugnabile, un riparo certo. Dimenticai ben presto me stessa, abdicando a lui; smisi per lungo tempo di cercarmi e quando anche lui non mi cercò più con parole e sguardi non me ne accorsi. Ma questo avvenne in sordina, in punta di piedi; quando ci sposammo, eravamo veramente felici, io ero vestita di bianco ed ero radiosa, come ogni sposa nel giorno più importante della sua vita. Tra le pieghe del mio abito si celavano mille aspettative, sogni da realizzare, una vita meravigliosa si stava dispiegando innanzi a noi. Davanti a quell’altare realizzai il grande desiderio della mia gioventù.

Marco, mio marito, mi aveva sin da subito fatta emozionare, dopo la prima uscita insieme, tornando a casa, mi ero infilata a letto e per la prima volta, con tanta difficoltà, avevo tentato di guardarmi dentro, spaurita, non comprendevo quell’ansia mista a paura, non avevo nessuno con cui confidarmi, anzi, dovevo tacere e tenere per me ogni emozione; frugavo quasi deliziata tra quelle ondate di felicità che mi montavano dentro e che contemporaneamente m’impaurivano. Temevo di poter affogare, di non riuscire a gestirle. Nuotavo in un mare agitato, ma nuotavo, e quella sfida, quella capacità di muovermi liberamente in tutte le umide emozioni, mi trasmetteva una gioia infinita. Uscivo dalla mia stanza imperturbata; dentro di me c’era un oceano in tempesta. Nessuno dei miei genitori si rese mai conto di nulla, tenevo tutto dentro, io l’unica depositaria dei miei sentimenti, non poteva che essere così. I miei genitori erano troppo presi l’uno dall’altra per accorgersi di qualcosa; pensavano a vivere intensamente, non potevano perdere neppure un istante della loro vita, a causa mia.

In certi momenti li ho odiati. Oggi li perdono, capisco che non potevano fare di più, ma le lunghe serate passate con le varie baby-sitter le ricordo ancora bene: giovani ragazzine che passavano svogliatamente parte delle loro giornate con me, solamente per raccattare qualche soldo da spendere in acquisti. Ero sola, tristemente e pesantemente sola, mentre tutto il mondo continuava a muoversi intorno a me. Io ero lì, immobile, che aspettavo il trascorrere lento delle ore, nella triste consapevolezza che l’ora successiva non sarebbe stata poi tanto diversa dalla precedente. Allora avevo imparato un gioco: m’immaginavo un principe meraviglioso, che mi portava a vedere luoghi magici, paesi di cioccolata, grandi negozi pieni di giochi che si animavano. Costruivo con caramelle colorate capanne, dove giocare con animali parlanti e bambini buoni. Mi bastavo.

Guardavo con dolore i miei compagni, mentre all’uscita dalla scuola vedevano il loro papà sorridente che li aspettava. Non mi vergogno ad ammetterlo, odiavo tutti. Mio padre non sapeva nulla di me. Un giorno andammo a casa da una zia, la donna gli chiese che classe facessi. Era evidente che fu preso in contropiede, una domanda difficile… proprio non se l’aspettava, non era preparato ad affrontare un quesito così… che classe facesse sua figlia… che classe facessi io… non lo sapeva. Mi guardò imbarazzato, non per scusarsi ma per trovare il mio stesso aiuto; mi chiedeva di tirarlo fuori dall’impiccio, e io lo odiai, girai i tacchi e me ne andai. Giurai a me stessa che con lui avevo chiuso per sempre. E così fu. Non fu un gesto dettato dall’impulso, fu un gesto ponderato, il frutto del pensiero di una bambina di nove anni. Non si era mai interessato a me, vedeva solo se stesso, megalomane e narcisista, complice attiva mia madre, che pendeva scioccamente dalle sue labbra; lo gratificava, lo vezzeggiava e tagliava fuori sua figlia. Le impedivo il libero svolgimento dei loro giochi. Perché mettermi al mondo, allora? Nessuno glielo aveva imposto. Io basto a me stessa, mi ripetevo.

Improvvisamente, mi coglie un pensiero diverso: da piccola ero forte, non avevo bisogno di niente e nessuno; ora sono debole, incerta, pronta al compromesso. Non so più in cosa credere, in chi credere; la scienza ha smantellato le religioni, i social network hanno infangato chiunque. Talvolta penso che sia un mondo ostile, trovare un equilibrio risulta sempre più arduo, soprattutto per chi, come me, è da solo. Ora mi rendo conto che crescendo ho sempre contato su ciò che stava al di fuori di me, mi sono sempre più appoggiata agli altri per essere felice. Sono passati tanti anni, oggettivamente tanti, e ora sono ancora qui, seduta su uno scoglio, con tutta la mia vita che mi scorre davanti, la mia vita… cosa me ne faccio di questa vita?

Il vento incalza, è più freddo e pungente; guardo verso la pineta, il sole sta tramontando, lancia dardi di luce contro il mare che luccica e quasi acceca, l’odore del salso è più intenso, e piccole onde cominciano a crearsi anche dentro al porto, guardo l’orologio, un sussulto… sono lì da quasi cinque ore, ho percorso tutta la mia vita, io sono il mio rifugio. Apro l’urna, lascio che il vento raccolga le ceneri; anche mio padre se ne va, mi abbandona per sempre. Tutti prima o poi, morti o vivi, prendono le distanze da me; qualche volta è doloroso, altre volte una liberazione.

Mio padre è volato via in un attimo, le ceneri si sono disperse nell’aria in pochi secondi, ma nel momento in cui hanno toccato il mare, sono divenute pesanti, una macchia nera, immobile, che neppure le onde riescono a disperdere. Una macchia che continua a battere contro gli scogli, come un segnale, un ammonimento; mio padre, sempre assente, ora mi sta accanto, almeno per una volta è con me. La macchia nera non cessa ostinata di colpire gli scogli, sempre gli stessi scogli, una macabra forma, un’anima nera, perché nera è la morte e l’oscurità che l’avvolge.

Forse ho capito il suo messaggio.

Saluto mio padre con una lacrima inaspettata. Mi alzo, guardo l’orizzonte lontano imperscrutabile. Non posso più essere il nascondiglio di me stessa; salgo in moto, avvio il motore, accelero e parto. In moto stacco col mondo, guidando medito, riesco a non pensare, la mente si libera e lo spirito finalmente trova un po’ di tregua, sollevato dalle ansie e dalle paure. Ascolto il motore per scegliere la marcia giusta, per affrontare una curva, il tempo migliore per fare un sorpasso. Mi perdo nell’orizzonte che scorre veloce sotto i miei occhi, negli odori che mi avvolgono. Varco la soglia di casa, Ely mi corre incontro, mi abbraccia forte.

Amore mio – le sussurro.

Io ci sono mamma, tu sei la mamma migliore del mondo, e io so che sei tanto forte, fortissima, perché sei forte anche per me – mi bisbiglia all’orecchio la mia piccola.

Cosa me ne faccio di questa mia vita? Cosa devo farne?

Ora lo so.

Alzo gli occhi, mio marito è lì, in piedi che mi guarda, mi fa tenerezza, imprigionato in questa casa che odia, accanto a una donna che non ama più. Lo guardo e gli sorrido.

Marco è finita, ora puoi andartene, io sono il mio rifugio, il luogo più caro e sicuro al mondo è dentro di me e per te non c’è più posto – gli dico.

Vedo la sua espressione, sgomenta prima, sollevata poi. Non ci sono spazi speciali, con odori, profumi unici, sconvolgenti, irripetibili, c’è solo un luogo che travolge ed emoziona, magicamente; il rifugio che si trova tra le pieghe profonde del nostro stesso animo. È là, nelle cavità oscure e pulsanti del nostro corpo, in ogni atomo, in ogni molecola, in ogni cellula, la memoria ancestrale di ciò che siamo, di ciò che siamo stati e di ciò che saremo. Il rifugio è dentro di noi, il rifugio siamo noi ed è a noi che ogni volta ritorniamo, dopo ogni pianto, dopo ogni gioia, dopo ogni morte per sempre e comunque. Non c’è luogo più dolce, caldo e accogliente che possa aiutarci a sopportare i sogni trasfigurati e corrotti dalla durezza della vita.


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