La filosofia e le arti marziali

Che un samurai debba essere consapevole della Via del samurai pare del tutto ovvio, eppure sembra che molti la disattendano. Se, infatti, venisse chiesto: “Qual è il vero significato della Via del samurai?”, ben pochi risponderebbero con prontezza. Ciò accade perché non hanno Fudōshin, una mente ferma, imperturbabile. (Hagakure)

hagakureLe discipline marziali, nel loro ampio spettro, suggeriscono come gestire favorevolmente l’emotività, acquietare la mente, ritrovare fiducia in se stessi; tendono inoltre all’affinamento delle capacità di prevedere e anticipare l’evento, non solo nella fattispecie della mossa dell’avversario, quanto della preparazione strategica volta al successo. Quando apprese con perseveranza e dedizione, e messe in pratica con metodo, quelle tecniche e saggezze marziali, che affondano le radici nella notte dei tempi, possono essere un riferimento utile per gestire gli eventi della vita, soprattutto nelle situazioni più ingarbugliate, allorché c’è bisogno di massima centratura e sangue freddo – e oggi più che mai, nell’epoca ipertecnologica della trasformazione continua, del condizionamento e dell’iperconnettività che sempre più induce gli individui all’isolamento moni(a)stico. Nessuno più cerca un Maestro. Diffidiamo degli insegnamenti istituzionali. Facciamo ricorso ai tutorial su YouTube per apprendere la mossa di Jūjutsu. Ma è come voler bagnarsi la bocca di acqua vedendola in una fotografia o analizzandone la sua forma chimica. Dà persino fastidio imparare qualcosa da qualcun altro, soprattutto quando ciò avviene in modo informale. E siamo soliti non ascoltare nessuno. Ci affidiamo soltanto a noi stessi, facendo leva sulle nostre personali esperienze, credendole esaustive.

Oltretutto, non abbiamo mai tempo per nulla. Né per esercitarci, né per l’approfondimento interiore, né per intraprendere un qualsivoglia percorso di formazione per il conseguimento di una qualche minima competenza. Pensiamo solo al titolo. Non riusciamo a domare le fiamme del troppo, corriamo sempre avanti e indietro e non troviamo mai ristoro sulle rive del poco. Siamo perennemente in stato confusionario, privi di felicità e di amore, sprovvisti di un timone che ci permetta di navigare sapientemente nelle acque placide e tempestose del karman.

societaPer farsi promotori di un vero rinnovamento non basterà comunque possedere l’arte della giusta reazione; le arti marziali, da sole, non possono dare quello sguardo d’insieme che solo l’acume filosofico garantisce; pure è inutile illudersi che basti vedere le cose da una prospettiva diversa, fosse anche quella plurale, per poterle concretamente cambiare. È il rapporto con la realtà che deve mutare, sono le forme reali del cosmo che devono tornare a parlarci; e ciò non potrà mai dipendere solo dalla nostra volontà di accoglienza e apertura, perché noi non siamo che noi – e forse neppure noi stessi – ma parti divenienti di quella realtà, interlocutori, semmai, di certo interdipendenti dalle forme reali che pervadono il cosmo*.

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* da Antonio Di Bartolomeo, Introduzione al pensiero plurale. Oltre l’Uno e i Molti, Este Edition, Ferrara 2015.


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