– Quante volte ti sei visto allo specchio?

– Non lo so di preciso ma sono state rare le occasioni. Di solito se mi guardo non mi vedo, e credo che se incontrassi il mio sosia non lo riconoscerei. Talvolta domando a un amico: quello là mi assomiglia? La risposta è sempre: no, non c’entra niente con te, e da questa risposta sono ogni volta sconcertato.

– E alla mattina per rasarti, come fai?

– Ecco cosa avviene: incontro l’immagine ma non so di chi sia, non è una persona con cui ho un rapporto, non le parlo e certamente non sono io. È puramente una figura che mi indica dove passare il rasoio per non tagliarmi. Certi giorni addirittura manca il legame tra la mano e quanto è riflesso nella lastra e così mi ferisco.

– Dici che non parli a quel viso perché non comunichi con te stesso?

– Anche se vedo la faccia e inizio un dialogo intimo, evito di rivolgermi a quel volto ma non perché lo rifiuto; percepisco piuttosto che non mi appartiene e non ha un’espressione tale da rappresentare ciò che provo in quel momento. Sono consapevole delle difficoltà a individuare le persone di tanto in tanto. Sembra incredibile ma è capitato anche che non fossi sicuro di identificare mio figlio da lontano; oppure non riconosco più, dopo qualche tempo, soggetti che ho frequentato a lungo, con cui sono stato in intimità; e questo mi ha messo in situazioni imbarazzanti, lo puoi capire no? Qualcuno saluta calorosamente, mi abbraccia pure, e io non so chi sia. Qual è il suo nome? Ho pensato in certi momenti di avere un disturbo neurologico, prosopagnosia, ma in realtà non lo credo, perché normalmente distinguo bene il prossimo. Mi accorgo che questa lacuna riguarda anche altri perché saltuariamente io stesso sono vittima dell’errore di persona o del misconoscimento e ciò mi dà un malessere uguale a quello che prova, immagino, chi lo subisce da me.

– Cosa senti quando fissi lo specchio e non ti vedi, hai paura che si mostri l’anima?

– Non ho solo un senso di timore, è proprio che nel vetro non c’è nessuno che conosco, come se l’azione dell’osservare non si concludesse con l’emozione che deriva dall’incontro con la propria immagine; è un guardare strumentale a quello che sto facendo, ad esempio lavarmi, ma senza l’esperienza di pulire me. Spesso da giovane non mi pettinavo perché dimenticavo di ravviare i capelli della figura che trovavo davanti e il cristallo non rifletteva i suoi bisogni di cura.

– Hai detto che alcune volte ti sei visto.

– Sì, ed è stata una gioia. Mi sentivo, ero io, c’era un legame con quello che contemplavo, ero presente a me stesso.

– Hai capito cosa era successo in quei casi?

– Sì, ero intero, nella mente, nel corpo, tutt’uno nella realtà. Sono stati momenti di piccole illuminazioni perché non avevo paura.

– Cosa c’entra la paura adesso?

– La paura è stata la costante di fondo della mia vita, connaturata al mio carattere, anche se questo lo so da pochi anni. Se l’avessi saputo prima forse avrei fatto scelte diverse, invece di ritenere che ci fosse qualcosa di sbagliato in me che dovevo aggiustare. L’apprensione è con me fin da quando ero ragazzo. Ha un odore, la paura. La sento dalle persone che parlano da cui esce un odore sgradevole se sono spaventate, che può cambiare se si calmano e riprende qualora si agitino nuovamente. Anche io avevo quel fetore e mio padre mi rimproverava, dando la colpa a me non so perché. Ora capisco che era causato dallo spavento e purtroppo lo sento venire anche da mia figlia. Per combattere l’angoscia ho fatto cose ardite, lotte pericolose contro il potere scolastico e lavorativo ma sempre con poca energia perché il panico lascia poca vitalità. Da qualche tempo, infine, ho scoperto che la battaglia all’afflizione non può essere vinta per sempre ma è necessario un atteggiamento che si fonda continuamente sull’essere presente nel momento in cui vivo. Lì il sentimento diventa neutro, né rimpianto per il passato né timore per il futuro; lì esisto integralmente e se mi reco davanti a uno specchio possono apparire i miei lineamenti. Mentre sono assente, invece, odo qualcuno che parla ininterrottamente con me, e non è un dialogo ma piuttosto un chiacchiericcio inconcludente, un ragionare ossessivo che rinfaccia gli errori e paventa i disastri senza trovare soluzioni. Così, a causa del rumore interno non so apprezzare, se non alla superficie, la natura, gli animali e le opere d’arte; gli occhi non vedono perché cercano i possibili pericoli e le orecchie non ascoltano essendo attente al minimo rumore, al cambio di tono dell’altro che fa presagire il rifiuto, la tempesta del rimprovero o del litigio. Tante volte mi hanno detto che il presente è la salvezza e che solo l’istante ha valore ma, alla pari dei consigli che si ricevono, quel concetto è diventato utilizzabile concretamente da quando il corpo ha trovato un’azione che lo includesse, facendo lo sforzo consapevole di mettere tutto l’impegno possibile in un gesto. Fino ad allora era rimasto soltanto ragionamento, debole quanto le risposte ai problemi che, anche se trovate con zelo, l’attimo dopo hanno da misurarsi con idee opposte che le vogliono annullare. Sentire il corpo con il movimento che si forma e dargli prestigio come se fosse la cosa più importante di tutte, mi consente per un attimo di lasciare la paura e l’esistenza può scorrere assieme al mondo. Allora divento vivo e tale processo posso farlo volontariamente se ricordo di avere questa risorsa. Non sempre il risultato arriva e nello specchio non appare nessuno, ma almeno sono consapevolmente non presente e ciò mi tranquillizza.

– Pensi che gli altri ti assomiglino?

– Un tempo lo credevo ora so che non è così. Sono paragonabili solo quelli guidati dal terrore di fondo ma non tutti gli individui. Le persone simili a me le riconosco, hanno gli occhi che non guardano, le caviglie rigide e per andare avanti spostano con impaccio il peso del corpo da un piede all’altro. Spesso i soggetti impauriti non rammentano quello che dici loro o che essi hanno detto. Mi ricordo che in un’occasione feci una domanda a un’amica e lei rispose: ma te l’ho appena detto! Io provai tanta vergogna perché l’interrogativo aveva denunciato che non stavo ascoltando nonostante l’apparenza, ed ero distratto nella mia allerta impaurita e farneticante. Questo episodio mi ha fatto sperimentare brutalmente, che nei rapporti con gli altri non posso nascondere nulla. Il corpo, che nella vicenda ha emesso la domanda con un’azione inconscia, non può ingannare e perciò smaschera la mente che si illude di celarsi agli altri e di mimetizzarsi con un comportamento compiacente.

– E ora?

– L’altra settimana ho assistito a un concerto. La cantante alla fine del brano ha sorriso al direttore. Lei aveva cantato in un modo che esprimeva quanto fosse profondamente dentro l’opera, e questo l’avevo visto e sentito. La sua era un’espressione di ringraziamento per l’esperienza avuta insieme al maestro e mi ha ricordato quel sorriso che ti offre la donna dopo aver ballato un tango venuto bene, in cui siete stati due persone coese e presenti in un abbraccio.


Category: Short Story

Tag: