Quella mattina, come al solito, si svegliarono presto; la mamma andava a lavorare in campagna e tutti si dovevano alzare, i grandi e i piccoli. Soprattutto le sei e mezza era presto per un bambino di dieci anni.

Il ragazzino di nome Romeo era il primogenito e in poco tempo era pronto, vestito con i pantaloni corti, una camicia e le scarpe a stivaletto, mentre il fratello più piccolo, Luciano, di tre anni più giovane, restava a poltrire nel letto, anche se non per tanto.

La mamma dice a Romeo: «Oggi sono dai Lodi, nel campo dove sei venuto ieri. Tu fai la colazione per tuo fratello e poi prepari la minestra di fagioli per oggi e domani. Ne metti un po’ nel pentolino, prendi la bicicletta e me la porti a mezzogiorno che ci fermiamo per la pausa».

Romeo sapeva già tutto quello che avrebbe detto la mamma, non era la prima volta che faceva come gli era stato chiesto ma per lei, siccome immaginava che il bambino si sarebbe sentito più tranquillo avendo il programma da seguire, era importante dare le istruzioni.

Era estate, a metà giugno, e Romeo già non andava a scuola; per questo la mamma poteva assegnargli compiti casalinghi. Da due anni era morto il padre di tubercolosi e non c’era un’altra guida maschile in famiglia. Per questo sentiva una grande responsabilità come primogenito verso la mamma e il fratello per il quale doveva diventare custode e guida.

Aveva rabbia certi giorni per il fatto di essere orfano e i troppi incarichi che gli accollava la mamma. Tratteneva l’irritazione nascondendola con un modo di fare educato, preciso e spontaneamente raffinato, dietro uno sguardo mite e malinconico che appena possibile si accompagnava a un’espressione ironica. Allora, sulla bocca appariva un’aria da ragazzino smaliziato, ma non strafottente, come di qualcuno che dice: “Ho già capito tutto. So già come si deve fare in questo caso”, e il bello era che spesso aveva ragione.

Fisicamente era minuto, ma non esile, si collocava tra i meno alti nella sua classe, e sembrava più piccolo di quanto non fosse; come tutti i bambini dell’epoca, però, era di quelli resistenti, perché la mortalità infantile era elevata e più di cento piccoli su mille morivano entro il primo anno di vita.

Forse i paesani lo vedevano così minuscolo perché apparteneva a una stirpe di sarti tutti di bassa statura e confondeva la bassezza dovuta all’età con quella della sua gente.

Era bravo a scuola, anche se veniva da una famiglia di poca cultura in cui si parlava in dialetto. Non era il migliore, perché questo onore spettava ai figli dei signori che crescevano in case in cui si parlava italiano e non si diceva, come facevano le loro cameriere, “dammi il lago”, per dire “dammi l’ago” – suscitando il riso di quelli che sentendo lo strafalcione capivano la differenza tra le due frasi.

Quanto fosse diligente lo scoprii vedendo i quaderni delle scuole professionali serali che frequentò a tredici anni. Erano appunti di tecnica meccanica e sembravano vergati da un meticoloso studente di ingegneria; ordinati, con una scrittura uniforme, senza sbavature né cancellature. Testimoniavano la concentrazione e l’interesse del ragazzo per quello che stava scrivendo.

Dopo aver giocato un po’ con il gatto (non mancavano mai i gatti in casa sua), scaldato il latte con il caffè d’orzo e sbriciolato il pane nelle tazze per sé e per il fratello, Romeo si accinse a cuocere la minestra con una sensazione mista di orgoglio per la responsabilità ricevuta e fastidio per l’impegno gravoso che non rispettava la personalità infantile.

Ormai erano due anni che aveva imparato a fare la minestra e gli veniva sempre meglio: accendeva il fuoco nel fornello di ghisa usando i fiammiferi di legno e bruciando i canapoli, la parte legnosa della canapa; metteva l’acqua nella pentola, i fagioli, un gambo di sedano, una carota, del lardo e infine il sale. Poi veniva la cosa più noiosa, aspettare la lunga cottura.

All’epoca far da mangiare era compito dei piccoli: i bambini, maschi e femmine, già a sei anni sapevano cucinare e preparavano il mangiare ai grandi che erano a lavorare. Per fortuna ogni tanto si metteva su quanto bastava per due giorni (non di più perché non c’era il frigorifero per una conservazione prolungata), e almeno una volta su due il cibo era solo da scaldare.

Ma quel giorno la minestra era da approntare fin dall’inizio.

Trascorsero le tre ore necessarie alla cottura che Romeo passò quasi sempre vicino al fornello per alimentarlo con i canapoli, e la minestra era pronta. Alle undici e trenta era il momento di partire; i lavoranti in campagna si fermavano esattamente a mezzogiorno per la pausa che durava un’ora e mezza.

Romeo sapeva che con la bicicletta troppo alta che gli aveva dato la mamma aveva bisogno di venti minuti per raggiungerla, e non volendo rischiare di bucare una ruota a causa della fretta che portava disattenzione, si avviò con anticipo. Le strade infatti, a parte il primo tratto ben tenuto che circondava il paese, erano sterrati pieni di buche in cui c’era il pericolo di cadere o di tagliare i copertoni con il fango indurito dal sole di giugno.

Mise il brodo appena fatto dentro un pentolino che aveva il manico di ferro dentro al quale fece passare il manubrio e partì. Non sperava che la minestra arrivasse calda ma almeno tiepida sì: aveva esperienza ormai di questa mansione. Si indirizzò al posto dove gli era stato ha detto di andare ed era impaziente di intravedere la madre da lontano. A un certo punto sentì che c’era qualcosa di strano perché, anche se doveva ancora arrivare alla meta, si rese conto che non c’era attività in quel luogo. Appena giunto ne ebbe la conferma; nessuno sta lavorando, nessuno si sta riposando; c’era solamente caldo, luce accecante, un campo di grano mietuto, paglia e terra secca polverosa.

Non sa a chi domandare informazioni e si avventura per lo stradone che costeggia il campo.

Dopo un po’, arrivato alla fine della tornatura, trova due persone che sonnecchiano all’ombra del filare di alberi che divide le proprietà. Chiede se sanno dove siano andati i lavoranti. Loro gli danno informazioni vaghe, indicando una direzione lontana: là in fondo.

Romeo gira la bicicletta per andare là in fondo, e mentre sale e scende dai solchi dei carri tracciati nello stradone, si accorge che la minestra esce dal pentolino e deve rallentare per non perderla ma gli sconquassi dovuti alla strada accidentata: sono troppi, e con tutta l’attenzione, qualcosa continua a colare fuori.

Ora, da lontano vede delle persone e gli sembra come in un’allucinazione di riconoscere la mamma: ce l’ha fatta. La delusione però si ripete e anche lì dove gli hanno indicato gli uomini non c’è la donna assieme agli altri operai che si stanno riprendendo nella pausa di mezzogiorno.

Nuovamente chiede se sappiano dove sono i contadini della mattina. Loro rispondono che sono stati lì alcune ore ma poi, avendo finito presto si erano spostati da un altro padrone a fare le preparazioni dei campi, dopo avere mietuto il frumento, per la semina della canapa che sarebbe avvenuta a febbraio.

Così Romeo riprende la bicicletta e si dirige dove gli hanno detto.

Mentre pedala cresce la rabbia per l’umiliazione di non riuscire nell’incarico che gli è stato assegnato e dice tra sé e sé: “Mamma perché non m’hai aspettato. Guarda cosa mi fai fare, non lo sai che sono piccolo? Mi devi spiegare bene le cose, altrimenti non son capace di fare quello che mi hai chiesto”.

Ormai è in ritardo di un’ora e non ha consegnato il pranzo. Il mangiare è diventato freddo e si è rovesciato per metà. Passata la rabbia, arriva il senso di colpa: “Mamma, lo so che hai bisogno di mangiare perché hai lavorato tanto e io non sono stato capace di portarti la minestra. Sono proprio buono da niente e tu mi vuoi tanto bene. Perdonami, perdonami”.

Arrivato al terzo campo, a conferma della legge del tre per cui i fatti che succedono due volte hanno buone probabilità di verificarsi una terza, anche lì non trova i braccianti che erano stati da Lodi alla mattina. Ma incontra un gruppo di persone – forse angeli, che hanno già ripreso il lavoro.

Chiede loro dov’è la squadra di contadini in cui c’è sua mamma e finalmente c’è qualcuno che la conosce e gli dà indicazioni precise del posto in cui recarsi. Questo lo rincuora e, in poco tempo, arriva a destinazione. Dubitando crede ancora di riconoscere la madre da lontano e questa volta è veramente lei.

Con angoscia si prepara alla ramanzina che gli tocca perché ha sbagliato, è arrivato tardi e ha portato poca minestra e fredda. Però oggi non vuole essere sgridato e si ribella sapendo che non è tutta colpa sua. Appena arrivato, scende dalla bicicletta, consegna il brodo rimasto e urla: “Mamma, ma dov’eri che non ti trovavo e nessuno mi diceva dov’eri andata”. Poi subentra la delusione per sé stesso, per la sua impotenza, per il suo essere piccolo: “Ecco non ci sono più fagioli, perdonami”.

La mamma che normalmente è una persona severa e arcigna, prende il pentolino e assaggia una cucchiaiata di minestra, sorride e dice: «Il mio bambino! È abbastanza sai quella che mi hai portato. È buonissima, poi oggi non avevo neanche fame».

A novant’anni Romeo raccontava questa storia e si commuoveva.

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1931

Gli italiani al censimento del 1931

Gli italiani residenti sono 41,652 milioni (presenti 41,177 milioni). Considerando i confini attuali, gli italiani sono 41,043 milioni. Le donne sono il 50,8 per cento.

La popolazione a inizio anno è di 41,596 milioni, a fine anno di 41,887 milioni. Saldo naturale (la differenza tra nati vivi e morti): 415mila.

Tanti bambini nell’Italia del 1931

Morti.

Maschi morti in totale 312.457, di cui 92.562 che avevano da 0 a 4 anni. Femmine, 296.948, di cui 82.294 da 0 a 4 anni. La mortalità infantile è ancora alta (112,9 morti nel primo anno di vita ogni 1.000 nati vivi). L’età media alla morte è di 51,8 anni per i maschi, 53,7 per le femmine. Si alza a 66,48 e 67,4 rispettivamente, se calcolata sulle età di morte dai 5 anni in poi.

Mamme bambine, mamme attempate

Figli legittimi nati vivi: 49 da madri con meno di 15 anni, 57.597 da madri tra i 15 e i 20 anni, 64.437 tra i 40 e i 44, 6.675 tra i 45 e i 49, 261 da madri con più di 50 anni. La classe d’età più prolifica è quella tra i 25 e i 29 anni (273.775 nati).

Statura.

L’altezza media dei maschi iscritti alla leva (considerando un’età di 18 anni) è di 166,23 centimetri. Il 29,3%) sta tra i 165 e i 169 cm. Calano i bassi: sotto i 150 cm sono lo 0,8% (dieci anni fa erano più del doppio, l’1,7%). Aumentano gli alti: sopra i 180 cm sono il 2% (erano l’1,2%).


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